PFAS in Veneto: tutta la situazione tra incertezze e vuoti normativi

PFAS in Veneto: tutta la situazione tra incertezze e vuoti normativi

Mentre la Regione avvia un biomonitoraggio sugli abitanti, il vuoto normativo impedisce di prendere provvedimenti concreti. Comuni e cittadini sono abbandonati a loro stessi ed emergono nuovi residui tossici.

Bere per anni acqua del rubinetto credendola innocua, salvo poi scoprire di aver esposto sé stessi e i propri cari allacontaminazione da PFAS. Nonostante questa ormai assodata consapevolezza, in Veneto – nelle province di Verona, Padova e Vicenza – migliaia di famiglie ancora ignorano quali siano le loro condizioni, quali le possibili effettive conseguenze e quali le cure da seguire, né sono state dotate di un punto di riferimento a cui potersi rivolgere per avere chiarimenti o informazioni, con tale compito lasciato in balia dei singoli enti locali.

A distanza di anni dalla scoperta del problema manca una risposta univoca, non esiste ancora un limite di legge, una normativa atta a regolamentare la concentrazione minima delle PFAS nelle acque. In Europa la direttiva di riferimentorisale al 2013, ma, nel recepirla, l’Italia ha emanato il ddl 172/2015 in cui si stabilisce che le regioni autonome dovranno rispettare gli Standard di Qualità Ambientale entro la fine del 2018. Nulla di vincolante, così nessuno può pagare per quella che è ormai una gravissima contaminazione ambientale.

Non solo, i limiti tollerabili di PFOA e PFOS fissati dall’EFSA nel 2008 erano pari a 1,5µg/kg e 0,15µg/kg al giorno ma, dalla loro fissazione, l’Istituto Superiore di Sanità ha dichiarato di “aver preso atto di nuovi studi pubblicati nella letteratura scientifica che hanno rilevato possibili effetti avversi anche a dosi più basse delle suddette”. Nonostante questo, si è deciso di tralasciare il dato, perché “stante l’incertezza sul significato delle nuove evidenze tossicologiche, si ritiene che non sia possibile ridefinire una dose tollerabile per il PFOA (e PFOS)”.

Mentre il Ministero dell’Ambiente e la Regione Veneto sembrano più impegnati a discutere per stabilire di chi sia la responsabilità del vuoto normativo, ad agire – o meglio a richiedere linee guida, chiarimenti e finanziamenti – sono gli enti locali, tramite le figure dei Sindaci che si sono ritrovati a capo di una popolazione vittima di un’esposizione mediamente più alta di 10-15 volte rispetto al dato di fondo nazionale attuale.

Le Istituzioni tecniche e politiche continuano a ripetere che non c’è da preoccuparsi, ma sembra più che altro che latitino dati consistenti in merito dalla letteratura scientifica e che questa lacuna venga usata per giustificare una mancata azione preventiva. Proprio l’assenza di certezze rappresenta il dato più allarmante, in quanto, ad oggi, non è possibile stimare gli effetti del passaggio dalle acque contaminate all’allevamento e alla catena alimentare né è possibile escludere completamente il rischio di trasmissione per inalazione.

Le PFAS sono sostanze facilmente bioaccumulabili e, secondo gli studi condotti dall’Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston, anche l’allattamento al seno, ossia il metodo di nutrizione più salutare per i neonati, è diventato una rischiosa fonte di contaminazione. La concentrazione nel sangue dei bambini allattati segue infatti una crescita costante di circa 20-30% ogni mese, fino a superare il livello di PFAS delle proprie madri.

Preso atto della gravità della situazione, i perfluoralchilici non sono stati del tutto esclusi dai processi industriali. Le aziende si stanno spostando a sostanze congeneriche con catena più breve (C4-C7), le quali, presentando dimensioni più minute, da una parte hanno caratteristiche tossicologiche e di persistenza di minore entità – al contrario delle PFAS a catena lunga che non vengono espulse dall’organismo umano – dall’altro però sono più mobili dell’ambiente, andando a rendere vano il lavoro dei filtri a carbone che fino a ora hanno limitato la diffusione delle sostanze.

Tali filtri a carbone comportano inoltre un enorme dispendio economico anche soltanto per la loro manutenzione: 100.000 € annui. Uno spreco di risorse, perché trattasi di interventi provvisori volti ad arginare il problema e non ad eliminarlo. Senza contare che spesso i lavori di bonifica delle reti vengono realizzati con i soldi dei cittadini. “Abbiamo suggerito un limite allo scarico, molto contestato, che è pari a quello delle acque potabili” – commenta Loredana Musmeci, Dirigente di Ricerca dell’Istituto Superiore della Sanitàda qualche parte dobbiamo pur intervenire per interrompere questo loop”.

Anche perché l’unica vera soluzione per prelevare acqua pura e non contaminata sembra essere quella di scegliere diversi punti di prelievo costruendo nuove linee di alimentazione delle reti idriche. Ma si tratta di interventi costosi, gli enti locali veneti non hanno più risorse per attuare le emergenze straordinarie e l’unico corposo finanziamento stanziato servirà alla Regione per avviare un monitoraggio sanitario su circa 110.000 abitanti. I controlli costeranno circa 100 milioni di euro, e nel frattempo è già stato avviato – ma mancano i dati definitivi – uno studio che coinvolge 120 allevatori, per i quali è probabile che verrà riscontrata un’iper-esposizione.

La concentrazione di PFAS negli allevamenti, con il conseguente passaggio alla catena alimentare, è un tema spinoso e sensibile che non è stato approfondito a sufficienza, su cui le opinioni divergono e maturano inquietanti incertezze. In un report ufficiale datato 27/10/2015 e realizzato dall’ULSS 5 in merito agli alimenti prodotti nel territorio, si rivelano concentrazioni di PFAS sull’insalata mista fino sei volte superiori ai livelli di performance suggeriti, ed esse rimangono superiori al dovuto anche su uova, carpe e bovini.

Contattata da Nonsoloambiente, Loredana Musmeci rassicura che “anche se il PFOS si può ritrovare in alimenti quali pesce, uova e fegato di mucca, la via preminente di esposizione è sicuramente l’acqua”, ma uno studio Perfood di Gianfranco Brambilla– sempre dell’ISS – datato 22 Ottobre 2013, nell’analizzare distribuzione e rischi dei composti PFAS in relazione all’esposizione dei consumatori italiani, evidenziava come solo l’1% di PFOS e il 10% di PFOA venisse assunto tramite acquamentre il resto tramite alimenti (ad esempio il 46% di PFOS tramite pesce e rispettivamente il 37% e 26% di PFOA per mezzo di verdure e cereali).

D’altra parte l’ISS aveva avvertito come servissero azioni di prevenzione integrata volte a ridurre la contaminazione dell’acqua a uso irriguo e zootecnico, regolamentando l’uso di ammendanti agricoli provenienti dal ciclo di potabilizzazione e depurazione delle acque, e nel caso limitando anche il consumo degli alimenti prodotti in loco. “A partire da questa nota ho richiesto chiarimenti al Ministero della Salute in merito alle indicazioni da tenere sull’utilizzo di acqua contaminata da PFAS per gli alimenti” – afferma a Nonsoloambiente Roberto Castiglion, Sindaco di Sarego (uno dei Comuni maggiormente interessati) –“ma non ho mai ricevuto risposte in merito”. E anche alle richieste di altri Sindaci interessati, il Ministero ha reagito con il silenzio.

Intanto, a Zané (Vi), nella proprietà dell’ex ditta Isea Baggio, sono state trovate voluminose quantità di cromo esavalente,sostanza tossica che potrebbe essere penetrata nel suolo in profondità, ed è sorto il dubbio che l’azienda abbia sotterrato rifiuti tossici in terreni sparsi nel vicentino. La notizia va ad aggiungersi ai chilometri di amianto scovati nei rivestimenti di eternit, a vernici, solventi, batterie al piombo e polveri trovati precedentemente nei magazzini. A preoccupare non è tanto la lunga operazione di bonifica, quanto il fatto che le recenti scoperte possano essere soltanto l’inizio, una piccola finestra su un mare di inquinamento illecito che metterebbe in ginocchio la Regione e certificherebbe il fatto che certe “cose” non avvengo solo nel Sud del Paese.

Tra mille incertezze, una cosa è chiara: non si può più tergiversare sul caso PFAS in Veneto. Servono azioni per risolvere in modo definitivo il problema perché la salute pubblica e l’acqua potabile sono due beni non negoziabili, che devono essere salvaguardate immediatamente e con ogni investimento necessario.

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