Un trattato per la protezione degli oceani, bene comune e patrimonio dell’umanità

Dopo giorni di trattative, il 24 gennaio scorso a New York l’ONU ha raggiunto un accordo che mira al primo trattato internazionale per la tutela degli oceani e delle specie marine.

Dopo giorni di trattative, il 24 gennaio scorso a New York l’ONU ha raggiunto un accordo che mira al primo trattato internazionale per la tutela degli oceani e delle specie marine.

Era la notte del 24 gennaio scorso e a New York si compiva il primo passo verso un trattato internazionale per la tutela degli oceani. Le Nazioni Unite, dopo quattro giorni di trattative e intensi dibattiti, hanno raggiunto un accordo che sancisce l’inizio di un processo volto a regolamentare comportamenti comuni tesi alla conservazione delle acque e delle specie animali che le abitano.

Inquinamento, pesca sfrenata e cambiamenti climatici sono alcune delle minacce più impellenti per un ecosistema che spesso non viene considerato quale è: un bene comune, un patrimonio in grado di fornire ossigeno, cibo e prezioso abbattimento di carbonio. Il trattato dovrebbe mettere in campo misure come la valutazione d’impatto ambientale, l’utilizzo di tecnologie di monitoraggio e intervento negli oceani e affrontare tematiche finora nebulose come la gestione delle aree protette e delle risorse genetiche marine.

Al momento, si tratta di intenzioni allo stato embrionale che dovranno essere confermate e adattate nell’Assemblea Generale dell’ONU prevista per Settembre 2015. Tuttavia, per quanto si tratti di primi passi che necessitano di determinazione nei fatti, si tratta in ogni caso dello sblocco di una situazione di stallo durata decenni. Già nel 1982, infatti, con la Convenzione sul Diritto del Mare UNCLOS, erano stati sollevati interrogativi e problematiche rispetto a questo tema ma, di fatto, ad oltre trent’anni di distanza, meno dell’1% della massa oceanica è pienamente protetta. Pochissimo, se si pensa che gli oceani ricoprono circa il 70% della superficie terrestre.

“L’accordo di oggi può fare la differenza nell’assicurare quella protezione di cui gli oceani hanno disperatamente bisogno. Ora gli stati devono rispondere alla crescente domanda da parte del pubblico di una migliore protezione degli oceani e sviluppare un accordo epocale in questo senso” ha affermato Sofia Tsenikli di Greenpeace al termine dell’incontro del 24 gennaio.

Una dichiarazione cui hanno fatto eco quelle delle maggiori associazioni ambientaliste, per cui il raggiungimento di un’intesa era tutt’altro che scontato, vista soprattutto l’opposizione di un gruppo di nazioni che contrastavano la necessità di introdurre nuove cornici legali nello scenario delle Nazioni Unite. Si trattava di minoranza di paesi impegnati più degli altri nello sfruttamento di fondali marini e risorse ittiche, che tuttavia poteva contare al suo interno sulla presenza di nomi altisonanti, fra cui Stati Uniti, Russia, Canada e Giappone.

In qualità di rappresentante dell’Unione Europea, era presente all’incontro Tullio Scovazzi, professore di Diritto del Mare all’Universa di Milano-Bicocca. In quell’occasione come nei prossimi mesi, è stata e sarà infatti l’Italia a ricoprire il delicato ruolo di mediatrice e portavoce della UE: una responsabilità e un’opportunità da non perdere per contribuire a trasformare un importante proposito in una impellente, necessaria realtà.

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