Banca Mondiale: una nuova strategia globale e le prospettive per l’Italia

Scritto da Luca Costa Sanseverino

 

Sotto la guida del neopresidente Jim Yong Kim, eletto a marzo 2012, la Banca Mondiale si è posta due ambiziosi obiettivi: da un lato, abbassare il tasso di povertà assoluta, a livello globale, fino al 9% entro il 2020 e al 3% entro il 2030, dall’altro, creare una “prosperità condivisa”, implementare, cioè, quelle politiche di sviluppo che affrontano il problema del 40% della popolazione mondiale che vive nella povertà.

Scritto da Luca Costa Sanseverino

pubblicato su Fasi.biz

 

Sotto la guida del neopresidente Jim Yong Kim, eletto a marzo 2012, la Banca Mondiale si è posta due ambiziosi obiettivi: da un lato, abbassare il tasso di povertà assoluta, a livello globale, fino al 9% entro il 2020 e al 3% entro il 2030, dall’altro, creare una “prosperità condivisa”, implementare, cioè, quelle politiche di sviluppo che affrontano il problema del 40% della popolazione mondiale che vive nella povertà.

Passando dagli obiettivi ai numeri, si parla di circa 1,2 miliardi di persone, il 18% della popolazione mondiale, che vive con meno di 1,25 dollari al giorno. Altri 2,7 miliardi di persone hanno un reddito che oscilla tra 1,25 dollari e 4 dollari al giorno e sono sempre a rischio povertà estrema.

La nuova strategia proposta da Kim segnala non solo la volontà del Gruppo della Banca Mondiale di mantenere e rafforzare la leadership nella comunità internazionale in materia di sviluppo economico, ma anticipa anche la possibile fine del cosiddetto “Washington Consensus” (nella sua accettazione popolare) e anche una maggior attenzione verso le questioni di equità e sostenibilità nella crescita economica.

La BM cambia non solo in base alle trasformazioni del mondo ma anche per una questione di concorrenza e gradimento da parte dei clienti. Secondo uno studio della Banca stessa, i clienti (ovvero gli Stati) percepiscono l’istituto come un soggetto troppo complesso e con tempi troppo lunghi per l’approvazione dei progetti.

Allo stesso modo, l’intervallo troppo lungo tra l’approvazione definitiva del progetto e l’implementazione effettiva dello stesso è oggetto di critiche. Inoltre, sono state considerate lacunose la qualità dell’assistenza tecnica e della consulenza fornite dalla Banca in quelle aree dove sono presenti altri soggetti fortemente competitivi, professionalmente validi e più capaci di “leggere” i complessi fenomeni locali e proporre soluzioni adeguate.

L’IFC (International Finance Corporation, il “braccio armato” della Banca Mondiale per il settore privato, è valutato positivamente per la competenza tecnica che fornisce ma non è esente dalle accuse di lentezza nell’implementazione dei prestiti alle imprese.

Per raggiungere questi obiettivi, il Gruppo della Banca Mondiale rafforzerà alcune tematiche già presenti (infrastrutture, energia e sanità, ad esempio). La BM vorrebbe infatti passare da una organizzazione “project led” (guidata dal progetto) ad una “solutions based” (basata sulle soluzioni), puntando a semplificare l’accesso ai finanziamenti da parte dei clienti, velocizzare i tempi per l’approvazione dei progetti stessi, migliorare il coordinamento tra le unità per porsi come una organizzazione basata sulla conoscenza che possa portare “state of the art solutions”

La Banca, dunque, intende concentrarsi ancora di più sui settori dove può avere un valore aggiunto spendibile (lasciando ad altri la leadership di settori dove non ha la competenza necessaria), con una maggior concentrazione su progetti complessi e di grandi dimensioni, oltre all’attenzione costante sui Paesi fragili e in situazioni di post conflitto (oggetto di attento studio da parte della banca, come si vede dal World Development Report 2011).

Infine si pone come catalizzatore di accordi pubblico-privati, per veicolare e attrarre investimenti privati e promuovere lo sviluppo del settore privato stesso.

D’altronde, si calcola che, a livello globale, il flusso di capitali privati per investimenti sia di circa un miliardo di dollari all’anno, mentre si prevede che, nel 2015, solo le rimesse degli emigrati verso il Terzo Mondo dovrebbero arrivare a circa 500 miliardi di dollari.

Nello specifico, il piano di Kim prevede la riorganizzazione dell’istituto di Washington in 14 aree globali, suddivise trasversalmente per grandi temi e non più per regioni, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra i 10mila dipendenti e migliorare l’efficacia nel rispondere ai bisogni dei vari Paesi in tempo reale.

Le nuove 14 aree globali dovrebbero essere le seguenti: agricoltura, educazione, energia, ambiente e risorse naturali, finanza e mercati, governance, salute, nutrizione e popolazione, macroeconomia e gestione fiscale, povertà, protezione sociale e lavoro, commercio e competitività, trasporti e ICT, sviluppo urbano, rurale e sociale, acqua.

Le tematiche trasversali, invece, dovrebbero essere: cambiamento climatico, fragilità, conflitto e violenza, genere, lavoro, partenariato pubblico-privato.

Lo scenario italiano

Venendo all’Italia, mutamenti di questa portata non possono non avere effetti per le imprese che vogliono rivolgersi all’istituto per promuovere la propria internazionalizzazione.

Fino agli anni Sessanta, l’Italia era un cliente della Banca Mondiale (uno degli ultimi progetti fu il finanziamento della centrale nucleare a Garigliano). Attualmente, il Bel Paese è rappresentato da uno dei 25 direttori esecutivi che formano il Consiglio e che stabiliscono e dirigono le attività della banca sotto la guida del presidente.

Un processo di semplificazione nella progettazione della BM e, ancor di più, un migliore accesso alle informazioni della banca stessa non potranno che facilitare le imprese di qualsiasi nazionalità, italiane comprese. L’attenzione verso il settore privato e il rafforzamento dei ruoli e della capacità dell’IFC potrà essere un valido aiuto alle imprese nazionali sottoposte al credit crunch e interessate anche all’internazionalizzazione.

Inoltre, il focus specifico in investimenti verso i Paesi fragili e coinvolti in conflitti – aree in cui l’imprenditorialità italiana riesce, forse a causa della sua maggior versatilità, a difendersi e a guadagnare terreno – non potrà che essere di supporto.

Detto questo, i cambiamenti positivi in atto nella Banca Mondiale rischiano di creare anche svantaggi al Sistema Italia: la proposta del presidente Kim di voler favorire l’approvazione di grandi progetti, complessi e multisettoriali, comporta un ulteriore problema per le ditte italiane, tendenzialmente di dimensioni inferiori, con ridotti livelli di innovazione, di utilizzo di tecnologie e con una capacità di internazionalizzazione ridotta.

Inoltre, se è vero che la BM si sta aprendo verso partenariati esterni, sarebbe necessario poter avviare azioni e politiche a lungo termine con obiettivi chiari, per poter comunicare il proprio valore aggiunto agli IFI, ma soprattutto per capire esattamente cosa si vuole ottenere.

Se il project management in Italia è scarso, ancora più complicato risulta stimolare una programmazione nel lungo periodo con soggetti così complessi. In altre parole, per avviare un dialogo costruttivo con queste strutture, è necessario attrezzarsi per veicolare il proprio valore aggiunto innovativo.

Per ovviare a questi problemi e poter beneficare delle opportunità che la Banca Mondiale e le altre banche sovranazionali offrono, è necessario che le aziende, in primo luogo, si organizzino per l’internazionalizzazione, con una visione progettuale a 360°.

In secondo luogo, è obbligatorio essere costantemente aggiornati sulle gare e sulle opportunità offerte da queste organizzazioni. A tal fine, il lavoro di disseminazione da parte dell’ufficio del direttore esecutivo italiano potrebbe essere affiancato, supportato e assistito da molti altri attori istituzionali e non, come Camere di Commercio, Confindustria, Regioni, ambasciate, organi di stampa specializzata.

Infine vi è la necessità di creare, stabilire e codificare un nuovo modello di interazione con gli IFI, su misura per la singola ditta e che passi attraverso una specializzazione settoriale, il monitoraggio delle informazioni, la presenza sul campo e soprattutto la ricerca costante dell’eccellenza.
In altre parole, “one size does not fit all“.

Come è stato notato proprio dall’ufficio del direttore esecutivo italiano della BM, il mercato degli IFI ha un grande potenziale per le imprese italiane. Inoltre, sono proprio la maggior difficoltà per le imprese nell’accesso al credito e l’accresciuta concorrenza nell’aggiudicazione di bandi di origine comunitaria che dovrebbero spingere le imprese italiane a impiegare sempre più sforzi e risorse nei confronti delle banche multilaterali di sviluppo e, in particolare, della Banca Mondiale

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